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Potenza Picena

-Chiesa Collegiata
La chiesa, denominata "Collegiata di S. Stefano" in Potenza Picena, già Monte Santo, altro non è che l'antica chiesa di S. Ignazio, appartenuta ai padri della Compagnia di Gesù.
Chiesa e collegio hanno costituito un complesso organico, come dimostra la pianta del progetto, disegnata dall'architetto p. Giovanni De Rosis attorno alla fine del XVI secolo, ma approvata ufficialmente dal p. Generale della Compagnia nel 1616. La pianta è conservata in copia presso l'archivio storico della Compagnia di Gesù in Roma; l'originale è presso la Biblioteca nazionale di Francia a Parigi. Le vicende della progettazione e costruzione della chiesa e del collegio sono strettamente legate alla presenza dei Gesuiti a Monte Santo. I primi Gesuiti si insediarono nella "Terra" agli inizi degli anni Ottanta del sec. XVI, alloggiando provvisoriamente in abitazioni private, e iniziarono subito la loro attività pastorale. Nel dicembre 1584 viene istituita la congregazione dei "Cittadini ed artisti", sotto il titolo della B. V Assunta. Nonostante la soppressione della Compagnia, avvenuta nel 1773, il sodalizio è sopravvissuto a Potenza Picena fino all'ultimo dopoguerra. All'incirca nello stesso periodo dovrebbe essere nata anche la congregazione dei contadini, dedicata alla Purificazione di Maria. Nel sec. XVIII, i suoi membri fanno costruire, nei sotterranei della chiesa, una cappella affrescata da Benedetto Biancolini, ancora oggi esistente. Nel 1604 nasce anche la congregazione dei nobili, le cui riunioni si tengono, la domenica e nelle feste principali, provvisoriamente nella sede della scuola. Alla congregazione dei nobili si unirà quella degli ecclesiastici. Nei primi anni del Seicento sorge un analogo sodalizio che riunisce gli scolari. Nel maggio 1585, il padre provinciale dell'Ordine, il nobile romano Fabio De Fabiis, alla presenza dei magistrati, priori e popolo, pone la prima pietra della fabbrica del collegio. L' area prescelta è la zona sud dell'antico quartiere di S. Paolo dove sorgevano, tra l'altro, l'ospedale di S. Giuliano e la chiesa di S. Lucia. Questi due complessi, insieme ad altre abitazioni private, verranno abbattuti per far posto al "grandioso" collegio, dotato di un ampio cortile interno. Un progetto di tale genere richiede consistenti risorse; pertanto, al fine di continuare i lavori, la comunità dei Padri dovrà essere sospesa per circa un triennio, alla fine del secolo, impiegando nella fabbrica le rendite dovute alla comunità stessa. Viene rimandata altresì la costruzione della chiesa; i padri, una volta tornati a Monte Santo dopo la sospensione, celebrano in una grossa stanza, adibita al culto. Nel 1616, quando, morto il De Rosis, viene approvato ufficialmente il disegno complessivo, poco più della metà del Collegio è ultimata. La prima pietra della costruzione della chiesa, dedicata a S. Ignazio, viene posta dall'arcivescovo di Fermo nell'agosto del 1631, come riferisce al padre generale il rettore dei collegio santese del tempo, p. Mario Viola. Anche in questo caso i lavori procedono con grande lentezza. Questa, comunque, segue il progetto del tardo Cinquecento, approvato nel 1616, salvo modifiche di non grande rilievo. Infatti la chiesa di S. Ignazio, ora dedicata a S. Stefano, conserva sobrie linee tardo cinquecentesche e non vi sono stati introdotti elementi barocchi. Ultimata probabilmente attorno agli anni Cinquanta del sec. XVII, la chiesa resterà abbandonata per oltre un ventennio, dopo il 1773, in seguito alla soppressione della Compagnia di Gesù. Nel 1796 le autorità religiose santesi, per ragioni che oggi appaiono banali e prestestuose, decidono l' abbattimento dell' antica Pieve di S. Stefano, chiesa "matrice" di Monte Santo, elevata a Collegiata insigne da benedetto XIV nel 1754. Essa si ergeva al centro della piazza grande, nella parte più alta della "terra". Di conseguenza, la Collegiata ed il Capitolo vengono trasferiti nella chiesa di S. Ignazio, la quale, da questo momento, assumerà il titolo di S. Stefano. Il quadro raffigurante S. Ignazio, opera del pittore romano Giacinto Brandi, verrà rimosso dall' altare maggiore; al suo posto viene collocato (e si trova tuttora) il "S. Stefano", che attende ancora una valida attribuzione. I dipinti che raffigurano santi gesuiti, verranno quasi tutti accantonati (di essi si sono in gran parte perdute le tracce nel secondo dopoguerra) e sostituiti con opere provenienti dall'antica pieve demolita. Così, ad esempio, la pala del primo altare, a sinistra, che raffigura la discesa dello Spirito Santo, opera del pittore milanese del tardo Seicento Andrea Lanzani. Se si eccettuano le statue dei santi Ignazio, Francesco Borgia, Luigi Gonzaga, Francesco Saverio e Stanislao Kostka, dell'ex chiesa dei pp. Gesuiti resta solo il dipinto nella seconda cappella a destra, raffigurante la morte (il transito) di S. Giuseppe, attribuito a Benedetto Luti (n. 1666 - m. 1724). Nel sec. XIX sono stati aggiunti: la cantoria dell'organo e l'altare in pietra ascolana, donato alla Collegiata santese dal vescovo fermano card. De Angelis, prezioso altare incautamente rimosso e demolito nel corso dei lavori di ristrutturazione effettuati negli anni Sessanta. Più consistenti modifiche ed interventi ha invece subìto il collegio, nel corso dei secoli XIX e XX.
Indirizzo Piazza S. Stefano
approfondimenti
-Chiesa della Madonna delle Grazie
La chiesa della Madonna delle Grazie, sita in prossimità di Porta S. Giovanni (una delle tre porte di accesso al paese), ricopre un ruolo importante nella storia del culto dei Potentini.
Verso la metà del Settecento la chiesetta venne chiusa al culto per motivi di sicurezza, data la vetustà della struttura; nel 1788 l'arcivescovo di Fermo, mons. Andrea dei conti Minucci, ordinò di demolirla e di riutilizzarne il materiale per il restauro della chiesa di S. Giacomo. Tale decisione incontrò la fiera opposizione del popolo santese, che si rivolse al conte Leandro Mazzagalli, affinché finanziasse le opere di ristrutturazione del tempietto e ne acquisisse il patronato. Così la chiesa fu ingrandita ed abbellita e vide un sempre maggiore afflusso di fedeli. Anche molti pellegrini, diretti a Loreto, erano soliti farvi visita in segno di devozione e di riconoscenza. Numerosissimi sono infatti gli ex-voto donati alla Vergine dai fedeli (tra di essi figurano anche diverse tavolette decorate con scene di miracoli compiuti) e ancora oggi conservati. Visto il notevole afflusso di visitatori, nel 1872 si diede inizio ad ulteriori lavori di ampliamento della chiesa, terminati nel 1883 con il completo rifacimento della facciata. Nel 1894 si procedette solennemente all'incoronazione della Vergine e del Santo Bambino: nell'occasione si tennero imponenti festeggiamenti in tutto il paese. A causa del crollo del tetto (1970) e del degrado della struttura, la chiesa è stata quasi interamente ricostruita. Purtroppo, in tempi non remoti, sono state rubate per ben due volte le corone d'oro poste sul capo della Vergine e del Bambino.
Indirizzo Le Grazie, 51
approfondimenti
-Chiesa di San Francesco
Piuttosto antiche appaiono le origini del convento dei Francescani Conventuali, detti di S. Francesco. Secondo la tradizione, sarebbe stato lo stesso Santo di Assisi il fondatore del monastero di Monte Santo attorno all'anno 1222-23, quando sarebbe giunto nella nostra cittadina con un gruppo di frati.
Nella circostanza, riferisce la tradizione, gli abitanti, attratti dalla santità di Francesco, avrebbero donato a lui ed ai suoi confratelli alcuni 'casalini', nei pressi della chiesa di S. Nicolò, nell'area dell'attuale Pincio. Queste piccole case ed il tempio avrebbero costituito il primo nucleo del monastero. La chiesa, comunemente detta di S. Francesco, in realtà è intitolata a S. Nicolò, raffigurato nel quadro sopra l'altare maggiore. La tradizione riferita non dovrebbe essere del tutto priva di fondamento storico, in considerazione dei fatto che si conservano documenti pontifici concessi al padri di Monte Santo, risalenti alla prima metà del XIII secolo. Dopo un breve trasferimento a Monte "Grugliano" (o Coriolano), i francescani conventuali tornano a S. Nicolò verso il 1298. La chiesa e, probabilmente, il convento dovevano essere, in origine, di modeste dimensioni, come si rileva nel dipinto di S. Sisto, il quale presenta - sembra - una raffigurazione di Monte Santo prima degli interventi edilizi del Settecento. Dall'inventario compilato nel 1729 (ora nell'Archivio storico diocesano di Fermo), la chiesa si presentava a due navate ed era dotata di sei altari, incluso il maggiore. Tra i dipinti che li ornavano, un posto di rilievo meritava senz'altro il polittico su tavola di Vittore Crivelli del 1493, ricordato anche da padre Civalli nella sua nota "Visita triennale". L' opera, della quale si conserva anche il rogito di committenza, è attualmente dispersa. Forse perduti sono anche gli affreschi realizzati dal pittore severinate Ludovico Urbani nel 1491 per la cappella di Santa Venera degli Albanesi; da ricordare che famiglie albanesi si erano stabilite a Monte Santo sin dalla seconda metà del XV secolo. Restano invece nella parete delle scale che portano alla cantoria parti di affreschi risalenti al sec. XIV, i quali, secondo alcuni studiosi , raffigurerebbero una "Visitazione". La chiesa attuale risale alla seconda metà del sec. XVIII. I lavori si sono protratti per oltre un decennio dal 1766 al 1778. L' esterno ed il campanile, assai elevato, sembra siano stati progettati dall'architetto comasco Pietro Augustoni, attivo anche nella nostra cittadina. Non sappiamo se il medesimo Augustoni abbia realizzato anche l'interno molto scenografico, impreziosito da quattro eleganti statue che raffigurano le virtù cardinali. Da ammirare, nella chiesa, anche il coro ad intagli, opera dell'ebanista Moschetti, ed i confessionali. I dipinti, quasi tutti settecenteschi, hanno patito a causa dell'umidità; quelli sugli altari laterali raffigurano un "Miracolo di S. Giuseppe da Copertino", la "Natività" ed il "transito di S. Andrea di Avellino". Le due tele dipinte, ai lati del quadro d’altare maggiore, ricordano invece altrettanti momenti dell’approvazione della regola francescana. Anche i conventuali di Potenza Picena hanno subito le soppressioni napoleoniche e post-unitarie. Oggi la chiesa è di proprietà demaniale; appartiene invece al Comune ciò che resta del convento, in buona parte demolito nella seconda metà del sec. XIX. I suoi locali oggi ospitano la Biblioteca, l' Archivio Storico e la Pinacoteca Civica.
-Chiesa di San Giacomo
La chiesa di S. Giacomo Maggiore, nel pressi della porta Galiziano, risale alla seconda metà del secolo XIV. Oltre che allo sviluppo edilizio di Monte Santo (crescita del borgo di Galazzano), la costruzione e l'officiatura della chiesa sono legate all'attività della confraternita del "Corpus Christi", detta anche di S. Giacomo.
Si tratta di un sodalizio un tempo unito alla confraternita di S. Maria Maddalena, che aveva sede presso l'omonima chiesa dei pp. Agostiniani. In data 13 novembre 1430 la curia vescovile di Fermo indirizza a Ludovico di Tommaso, priore della Confraternita di S. Maria Maddalena di Monte Santo (che è "ad servitium Dei, sanctae Mariae Virginis, sancti Jacobi ac beatae Mariae Magdalenae"), un privilegio col quale autorizza la costruzione di un "ospedale" per accogliere poveri e malati, intitolata a S. Giacomo nel borgo anzidetto. La chiesa, all'epoca, era già stata edificata, come rivela il catasto di Monte Santo del 1371. D'altro canto, secondo alcuni autori, il rosone in pietra arenaria, ancor oggi esistente sulla facciata della chiesa, risalirebbe proprio agli ultimi decenni del Trecento. Di certo chiesa ed ospedale hanno costituito un complesso unico fino alla metà del sec. XVIII. L' ospedale è gestito dalla confraternita del "Corpus Christi" o di S. Giacomo, la quale, almeno dal sec. XVI, si rende autonoma da quella di S. Maria Maddalena. I confratelli di S. Giacomo si riunivano nell'omonima chiesa. I loro delegati, nel 1507, hanno commissionato al pittore Percanestro, nei pressi di Camerino, il trittico su tavola, ancor oggi ben conservato, raffigurante la Vergine col Bambino tra i santi Giacomo Maggiore e Rocco. Nella predella, Bontulli ha dipinto Cristo benedicente tra gli Apostoli e, alle estremità, l' Annunciazione. L' ospedale, già più volte sospeso dalla curia vescovile per "scorcerti" che vi si erano verificati, viene chiuso d' autorità nel 1765, per essersi ridotto a ricovero di malviventi, in particolare di ladri. Contemporaneamente la chiesa assume dignità di parrocchia con giurisdizione sulla parte sud-ovest della "Terra" e del suo territorio. Non cessa invece l' attività devozionale e caritativa della confraternita, che sussiste tutt' oggi con circa 50 aderenti. La chiesa viene ristrutturata totalmente all' interno alla fine dell’Ottocento, assumendo connotati neo-gotici. La facciata verrà in parte rifatta nel 1943, su disegno dell' architetto Eusebio Petetti.
-Chiesa di Sant’Agostino
Discendendo via Silvio Pellico, si scopre l'ex complesso di S. Agostino, che si estende su una porzione non trascurabile del centro storico. Oltre l'ex convento, adibito fino ad alcuni anni or sono a scuola elementare, vi sono la chiesa, il campanile ed il chiostro.
Il primo documento, che attesta la presenza degli Agostiniani a Monte Santo ed il loro insediamento nella preesistente chiesa di S. Maria Maddalena, è conservato presso l'Archivio segr. Vaticano e reca la data del 2 luglio 1250. In quel giorno il vescovo di Fermo, Gerardo, concede loro quella chiesa - già appartenente alla mensa vescovile fermana -, con case, "spiazzi", pertinenze e rendite ad essa spettanti. La concessione venne ratificata dal pontefice Innocenzo IV il 20 settembre dello stesso anno. Nel sec. XIV si hanno notizie di alcuni agostiniani che hanno dimorato nel convento santese e dell'esistenza della chiesa alla quale il Comune offriva della cera. Un testamento, rogato nel 1348, testimonia che certa signora Gebelosa lascia beni per la "fabrica" di S. Maria Maddalena. E’ probabile che il convento fosse stato ricostruito o, quanto meno, rimaneggiato, attorno all'anno 1420. Fin dalle origini la chiesa è stata intitolata a S. Maria Maddalena. Proprio nel complesso è stata rinvenuta, agli inizi di questo secolo, una terracotta che raffigura la santa penitente; il manufatto, attribuito ad Ambrogio Della Robbia, già conservato nella stanza della Giunta municipale, è stato rubato nel gennaio 1997. Secondo alcuni studiosi, il semibusto della santa era in origine collocato sopra l'altare maggiore della chiesa. E la stessa Maria di Magdala è raffigurata nel grande quadro del pittore pesarese Pietro Tedeschi (sec. XVIII) collocato proprio sull'altare maggiore dopo la ristrutturazione settecentesca (ora la tela è esposta nella pinacoteca civica). La denominazione popolare di chiesa di S. Agostino è dovuta al fatto che il tempio era officiato dai pp. Agostiniani, ospitati nell'annesso convento. Fino al primi decenni del Settecento la chiesa era a due navate, con quattro archi, otto altari e tre porte; tracce di due aperture sulla strada pubblica ("il corso") sono visibili ancora oggi. Incerta è la data del rifacimento del complesso, in particolare della chiesa. La sistemazione attuale viene fatta generalmente risalire alla metà del Settecento. I lavori, comunque, si sono protratti almeno sino agli anni Settanta del secolo. Circa i dipinti che osavano il tempio, di rilievo il "S. Nicola da Tolentino intercede per le anime del Purgatorio", attribuito alla scuola di Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio: si fanno i nomi del recanatese Pietro Paolo Giacometti e, soprattutto, dell'umbro Giovanni Antonio Scaramuccia, come possibili realizzatori dell'opera. Ascrivibile alla medesima scuola è forse una piccola tela raffigurante S. Tommaso di Villanova che distribuisce elemosine.
-Chiesa di Santa Caterina
Restano ancora incerte le origini del monastero e della chiesa di Santa Caterina di Potenza Picena. Secondo un catalogo generale benedettino, segnalato dallo studioso mons. Cotognini, i due complessi sarebbero stati eretti nell'anno 1280.
La prima testimonianza certa, però, è il testamento dettato nel 1348 da una signora santese, Gebelosa, la quale lascia alcuni suoi beni terrieri anche al locale convento di Santa Caterina (il documento in pergamena è nell'archivio storico comunale); l'istituto risulta pertanto esistente a quella data. Esso ha ospitato le monache dell'ordine di S. Benedetto, le quali, fino al 1840, non hanno avuto una vita comunitaria perfetta; nel monastero si riunivano donne pie, anche vedove, che si davano agli esercizi di pietà e forse all'educazione delle ragazze, senza sottostare ad una rigida regola né alla clausura. Queste ultime vengono invece introdotte nel 1840 in seguito ad un apposito capitolo celebrato nel monastero e che, insieme al nuovo regolamento, avrà l'approvazione dell'arcivescovo di Fermo. Nel 1446 il cardinale legato della Marca aveva concesso il permesso di dipingere, probabilmente nella chiesa, un'immagine della Madonna, che sarà molto venerata e diventerà meta di pellegrinaggio. La chiesa ed il monastero erano e sono intitolati a S.ta Caterina d'Alessandria vergine e martire (non a S.ta Caterina da Siena). In questo monastero hanno vestito l'abito religioso donne appartenenti anche alle famiglie più illustri di Monte Santo e dintorni. Nel 1638, ad esempio, risulta badessa suor Anna della nobile famiglia Augeni. Incontriamo poi tra le monache i nomi di Adriani, Ruggeri, Spiriti, Ciamberlani, Guarnieri, Gabrielli, Antici e Cenci. Attorno al 1760 si effettuano grandi lavori di ampliamento e di ristrutturazione del convento. La chiesa invece viene quasi ricostruita di nuovo negli anni Quaranta dell'Ottocento. Anche la comunità di S.ta Caterina ha subìto la soppressione napoleonica: dopo il 1810 il convento passa al demanio; verrà ripristinato nel 1820, durante la Restaurazione, ma subirà un'altra, forse più pesante soppressione dopo l'Unità d’Italia, in seguito al noto decreto del 3 gennaio 1861 del commissario Lorenzo Valerio; in base a tale norma alle monache viene tolta la proprietà del beni. Pur ridotte di numero, le monache possono restare in affitto nel loro convento per alcuni anni. Nel 1881 un decreto governativo impone loro la concentrazione presso altro istituto; lasciano pertanto il monastero di Santa Caterina, senza farvi più ritorno. Per qualche anno saranno ospitate dalle Clarisse; poi si offrirà loro l’opportunità di acquistare palazzo Marefoschi, detto anche Massucci, con annessa la chiesa di S. Sisto, eretta dalla confraternita della "Morte ed orazione". Il contratto di acquisto viene stipulato nel 1887; da allora, insieme ad una lenta trasformazione dell’edificio privato in convento, inizia una nuova fase della storia delle monache, le quali da questo momento saranno denominate monache benedettine di S.ta Caterina in S. Sisto.
-Chiesa di Santa Maria della Neve
Fuori della cinta muraria, che divideva il centro abitato dalla campagna, davanti ad ogni porta d'accesso a Potenza Picena (allora Monte Santo), erano state costruite piccole chiese dedicate alla Madonna, probabilmente in segno di riconoscenza alla Vergine da parte della popolazione scampata a gravi crisi epidemiologiche ed a conflitti bellici del sec. XIV.
Tali edifici vengono fatti risalire dagli studiosi agli anni Venti del sec. XV, epoca nella quale, per la crescita del nucleo abitato potentino, viene costruita una nuova e più ampia cinta muraria, terminata nel 1425, rafforzata nel 1471, nel 1480 e nel 1566. Tra queste chiese un posto di particolare rilievo nella storia religiosa e civile di Potenza Picena occupa quella dedicata alla Beata Vergine della Neve, sita nel pressi della porta principale della cittadina. L' ipotesi che le origini della chiesetta risalgano al periodo indicato sembra trovare conferma anche nel fatto che l'affresco presente al suo interno, sopra l'altare, è stato da alcuni attribuito a Pietro da Montepulciano - denominato anche Pietro da Recanati - pittore attivo nelle Marche agli inizi del sec. XV. E' probabile che la chiesa sia stata in origine di modeste dimensioni; qualcuno ipotizza che si sia trattato di una semplice cappellina o edicola. Col tempo, però, viene ampliata e riceve benefici e donazioni. Dal catasto dell'anno 1543, conservato presso l'archivio storico comunale, risulta che la chiesa (e, per essa, il Rettore che ne è titolare e la officia) possiede, nelle immediate vicinanze, un piccolo appezzamento di terra olivata. E' significativo il fatto che, già all'epoca, l'area attorno alla chiesetta viene denominata "contrada di Santa Maria della Neve". La chiesa non "sfugge" alla visita apostolica del 1573, effettuata nella diocesi di Fermo da rnons. Maremonti. Nell'occasione il presule ordina di sistemare il pavimento, imbiancare le pareti nonché migliorare e curare gli arredi sacri. La chiesa attuale sarebbe stata realizzata nel sec. XVII, forse nel 1663 come ricorda un'incisione su cotto ancora oggi visibile. E’ probabile che all'epoca siano stati costruiti anche il nuovo altare (nel quale sembrano affiorare elementi baroccheggianti), e la casa adiacente, che nel Seicento e nel Settecento ospitava un "eremita", forse custode del tempietto. Nel sec. XVIII viene aggiunta la loggetta all'ingresso della chiesa, forse per offrire riparo ai viandanti (da ricordare che Potenza Picena era località di transito per i pellegrini diretti al santuario di Loreto). Casa, loggia e, forse, la chiesa stessa costituivano anche un rifugio per coloro che fossero rimasti fuori delle mura dopo la chiusura serale delle porte. Nel luglio 1672 il pontefice Clemente X concede il particolare privilegio di indire ogni anno una fiera il 5 agosto, festa della Beata Vergine della Neve, e nei giorni precedente e successivo, con la possibilità di portare e vendere mercanzie - " panni, seta, animali di qualsivoglia spetie" e prodotti agricoli -, il tutto esente dal pagamento di certi dazi. Il privilegio viene citato anche da un "chirografo" del tesoriere generale della Camera Apostolica del 1743, nel quale si ribadiscono le esenzioni ed i diritti accordati per la fiera e si concede la possibilità di dirimere con rito abbreviato le controversie che possono insorgere nel corso della fiera medesima. Quest'ultima si è svolta fuori delle mura, nei pressi della chiesetta, fino a tempi recenti. La chiesa suburbana della Beata Vergine della Neve, oltre che alla storia religiosa ed economica, è legata anche al ricordo dei principali avvenimenti politici della cittadina. Di qui, il 19 settembre di ogni anno, partiva, guidato dalle magistrature comunali nonché dai rappresentanti del clero e delle confraternite, il pellegrinaggio popolare al santuario di Loreto, in esecuzione di un voto fatto dal Comune alla Vergine per lo scampato pericolo d' " infeudazione " tentata dalla Santa Sede e dal duca di Ferrara, Francesco d'Este, nel 1562. Il tentativo, come è noto, era fallito anche perché la popolazione reagì concorde obbligando il duca a rinunciare al feudo. All' inizio del Settecento nella chiesetta viene sepolto il marchese Ludovico Marefoschi, benefattore della cittadina, il quale istituì, col suo testamento, il conservatorio per le orfane povere del luogo.
-Chiesa Padri Cappuccini
Il primo tentativo infruttuoso, di introdurre i Cappuccini a Monte Santo sembra risalga al marzo 1560, quando il consiglio comunale stabilisce di concedere loro la chiesa di S. Girio con l'annesso convento, in precedenza occupato dai pp. Carmelitani.
Il primo tentativo infruttuoso, di introdurre i Cappuccini a Monte Santo sembra risalga al marzo 1560, quando il consiglio comunale stabilisce di concedere loro la chiesa di S. Girio con l'annesso convento, in precedenza occupato dai Carmelitani. Alcuni anni più tardi, mentre Monte Santo vive un particolare momento di euforia per la vittoria riportata sulla S. Sede e sul duca Francesco d'Este - che aspirava ad ottenere in feudo la cittadina (1562)- il consiglio comunale invita di nuovo i cappuccini ad insediarsi (1658), offrendo loro un nuovo sito per costruire il convento, sul colle che sarà chiamato, appunto, "dei Cappuccini"(oggi Colle Bianco). L' offerta viene accolta; i lavori sono effettuati nel biennio 1571-72. La chiesa è dedicata a S. Lorenzo Martire. Ma agli inizi del Seicento i frati chiedono di demolire l'intero complesso e, costruire - sembra - a poca distanza dal precedente, un nuovo convento. Non si conoscono le vere ragioni di tale iniziativa. Il secondo convento, che sussiste ancora oggi, viene realizzato tra il 1653 ed il 1657, grazie alle elargizioni dei cittadini, in una posizione che si può definire incantevole. Nella famiglia cappuccina di Potenza Picena si sono distinti diversi frati nella cultura e nella pietà. Vissero vari anni e sono sepolti nel nostro convento, tra gli altri, il p. Michelangelo Bosdari da Ragusa (Dubrovnik), dedito all'apostolato e grande predicatore, mons. Simone Mancinforte, santese, già referendario di Segnatura presso la curia romana. Uno degli ultimi frati distintosi nella pietà è p. Gabriele Felci, il quale ha istituito nel convento un'importante Biblioteca Mariana che esiste ancora oggi. Pure i Cappuccini hanno subìto le soppressioni napoleoniche (1810) e post-unitarie. Dopo il decreto del 7 luglio 1866, la fraternità di Potenza Picena, composta da 7 sacerdoti ed altrettanti laici, abbandona chiesa e convento per trasferirsi in abitazioni private. Frattanto, nell'area adiacente la proprietà dei Cappuccini, era stato edificato il cimitero civico, fin dai primi anni dell'Ottocento. Nel 1869 il Comune acquista dal demanio l'ex convento per installarvi un ricovero di mendicità. Sei anni più tardi i Cappuccini chiedono ed ottengono dal Comune il permesso di assistere i vecchi ricoverati. Alla fine del secolo i frati riacquistano i vecchi stabili, inclusa la chiesa, che sarà in seguito restaurata. All' interno di questa sono conservate importanti opere d' arte; si pensi alla nota "Deposizione" del De Magistris (1576) sulla quale è stato molto scritto, alla "Sacra Famiglia e S. Giovannino", attribuita al toscano Santi di Tito, principale continuatore dell'opera di Andrea Del Sarto (fine sec. XVI) ed alle numerose opere dei secc. XVII-XVIII.
-Chiesa San Tommaso
Il monastero di S. Tommaso Apostolo di Potenza Picena è uno dei più antichi insediamenti del secondo ordine francescano. Il primo documento che lo riguarda è una bolla, in pergamena, emessa dal pontefice Gregorio IX in data 20 ottobre 1227.
Alle fondatrici vengono pure attribuite alcune tonachelle ancora oggi conservate nel luogo. Il monastero rivela un'architettura povera, in sintonia con gli ideali dell'ordine francescano, e si è sviluppato con interventi di vario tipo nel corso dei secoli, occupando una vasta area del centro storico, dalla parte di tramontana. La chiesa invece, è stata ricostruita tra la fine del sec. XVII e gli inizi del seguente, demolendo quasi del tutto la precedente struttura. Infatti l'interno mostra linee e decorazioni barocche. Fanno eccezione gli altari in pietra policroma di stile neoclassico, realizzati nel 1780. Sopra i due laterali sono altrettanti dipinti ("L' Annunciazione" e "L' Immacolata tra i SS. Gioacchino e Anna, Francesco e Chiara d'Assisi") forse di scuola romana (fine sec. XVII - inizi sec. XVIII). La pala dell'altare maggiore, invece, che raffigura l'incredulità di S. Tommaso, è stata attribuita a Francesco Caccianiga (1700-1781). Nel cenobio è sempre stata in vigore la regola francescana; le monache hanno fatto vita comune. Fino all'arrivo delle armate napoleoniche, nel 1797, il monastero possedeva vari beni terrieri, in genere ricevuti con lasciti testamentari da persone pie. Le soppressioni napoleoniche e ancor più quelle post-unitarie del commissario Lorenzo Valerio (1861) determinano uno sconvolgimento dell'assetto, non solo economico, del monastero. Questo però è sopravvissuto alle vicissitudini, tanto che, nel 1881, per alcuni anni, il monastero di S. Tommaso ha ospitato anche le monache benedettine di S. Caterina, cui era stata imposta, per decreto, la concentrazione presso altro istituto. La famiglia religiosa, cresciuta di numero e prosperata nella prima metà di questo secolo, soffre oggi di carenza di vocazioni. Il primo documento che lo riguarda è una bolla, in pergamena, emessa dal pontefice Gregorio IX in data 20 ottobre 1227.
-Collegio dei Gesuiti
Il collegio dei Gesuiti era un edificio annesso, sino al 1773, alla chiesa di Ignazio, fondatore della omonima Compagnia. Dopo la soppressione dell'ordine, il plesso è stato adibito ad alloggio delle Suore della congrazione "Figlie dell'Addolorata" e in piccola parte a sacrestia e sala riunione (congregazione degli artisti) annessa alla Chiesa (divenuta Collegiata) della Parrocchia dei S.s. Stefano e Giacomo.Il collegio dei Gesuiti è frutto di una dazione ereditaria di 10.500 scudi alla Compagnia di Gesù in Roma da parte del nobile Antonio Casagrande.
-Convento degli Zoccolanti
Risale alla fine del Quattrocento, anche se sono documentati precedenti tentativi di insediamento degli Zoccolanti a Potenza Picena. Infatti, nel 1463, il papa Pio II, con due bolle inviate al Comune, promuoveva la costruzione di un convento presso la chiesa di S. Girio.
Viene scelta la collina prospiciente la porta di Galiziano. Nel giugno 1498 il pontefice autorizza l'insediamento e l'anno successivo si pone la prima pietra del convento e della chiesa, dedicata a S. Antonio da Padova. Accanto vi sono orti ed una selva. I frati di Monte Santo sono appartenuti al ramo dei "Riformati", i quali - come è noto - si sono fusi con quelli dell'Osservanza in questo dopoguerra. Nei secoli XVIII-XIX vi si mantiene uno studio di filosofia per chierici di "Professorio", i quali possono usufruire di una biblioteca abbastanza ricca. Importanti alcune opere pittoriche che ornano la chiesa, nella quale hanno avuto sepoltura alcune tra le famiglie santesi più in vista: i Marefoschi, gli Scoccia, i Mancinforte. Questi ultimi sono stati i committenti della tavola, attribuita a Bernardino di Mariotto ("Madonna col Bambino tra i Santi Francesco e Antonio" - anno 1506), ora conservata in Comune, e della nota "Crocifissione" del veneto Palma il Giovane (1599). Rilevante anche la pala dell'altare maggiore di Simone De Magistris (1576). Pure il convento dei minori riformati subisce le soppressioni napoleoniche. Gli stabili vengono venduti a privati, i quali modificano e manomettono le strutture, che verranno utilizzate anche come lazzaretto durante l'epidemia di tifo del 1817. Al tempo della Restaurazione, nel 1831, i frati riacquistano il convento ed il terreno annesso. Dieci anni più tardi riapre anche lo studio di filosofia. Una nuova soppressione si verifica dopo il 1861: lo stabile è demanializzato e trasformato anche in caserma militare. I frati sono rientrati in possesso della chiesa e del convento alla fine del secolo scorso; poco dopo è iniziata l'opera di ricostruzione. Delle decorazioni che ornavano la vecchia chiesa restano solo alcuni piccolissimi frammenti di affreschi. Oggi il convento di Potenza Picena è sede del centro missionario della provincia dei Frati minori e custodisce, all'interno, un ricco museo missionario.
-Corso Vittorio Emanuele
Nei pressi del palazzo Trionfi sono la chiesa e l'ex convento di S.ta Caterina, il quale un tempo ospitava le monache benedettine; oggi è sede della casa di riposo. Lungo il Corso, prima del vecchio ospedale (ora poliambulatorio) è il palazzo Magner (inizi sec. XVIII), che necessita di restauro. Il vecchio ospedale è stato istituito da Alessandro Bonaccorsi nel 1737, come attesta la lapide esposta nell'atrio del palazzo, sotto lo stemma gentilizio.
Delle loro linee e decorazioni originarie resta ben poco. Tuttavia merita particolare menzione il palazzo Trionfi (oggi Mazzoni), che conserva, dalla parte del vico Solanelli, un bel portale in pietra, nel cui frontone compare al centro, sorretto da due angeli, lo stemma di famiglia; alle estremità due figure: una maschile ed un'altra femminile. Il portale è stato fatto erigere da Giovanni Trionfi, patrizio anconitano, nel 1469, forse per onorare i suoi avi e ricordare la sua casa natale. I Trionfi infatti sono originari della nostra cittadina; negli anni Quaranta del sec. XV si sono trasferiti ad Ancona, divenendo una delle famiglie più in vista della città. Nei pressi del palazzo Trionfi sono la chiesa e l'ex convento di S.ta Caterina, il quale un tempo ospitava le monache benedettine; oggi è sede della casa di riposo. Lungo il Corso, prima del vecchio ospedale (ora poliambulatorio) è il palazzo Magner (inizi sec. XVIII), che necessita di restauro. Il vecchio ospedale è stato istituito da Alessandro Bonaccorsi nel 1737, come attesta la lapide esposta nell'atrio del palazzo, sotto lo stemma gentilizio.
Indirizzo Corso Vittorio Emanuele
-Palazzo del Comune
Incerte appaiono le origini del palazzo comunale. Secondo Galiè, sembra che in origine il palazzo fosse del vescovo di Fermo e che risalisse agli anni 1199-1200. Con la progressiva conquista dell'autonomia comunale, in particolare dalla metà del sec XIII, l'edificio diventa sede dei Consigli Generale e di Credenza, del Magistrato e di uffici del Comune.
Con la progressiva conquista dell'autonomia comunale, in particolare dalla metà del sec XIII, l'edificio diventa sede dei Consigli Generale e di Credenza, del Magistrato e di uffici del Comune. Il palazzo viene praticamente ricostruito negli anni 1745-50 per mano del ticinese Pietro Bernasconi, principale collaboratore di Luigi Vanvitelli. Bernasconi aveva già lavorato alla villa Bonaccorsi ed al Palazzo Apostolico di Loreto. L’edificio di Monte Santo era dotato di una loggia anche al piano superiore, come dimostrano le sue raffigurazioni nei dipinti di Benedetto Biancolini. Al di sopra della loggia era una "torretta". Attorno alla metà del sec. XIX la loggia superiore viene chiusa per far posto agli uffici comunali, mentre la "torretta" viene abbattuta per dar luogo ad una soffitta con finestre ad occhio di bue. Dalle piante del 1816-18, risulta che il piano terra era diviso in 13 stanze; ospitavano il forno e lo spaccio del pane venale, la pòsta, il Monte di Pietà e l'Archivio pubblico.
Indirizzo Piazza Giacomo Matteotti
approfondimenti
Data costruzione: 1199 - 1200
-Palazzo del Podestà
Il Palazzo del Podesta è di origine trecentesca. E' stato in gran parte ristrutturato nel sec. XVIII (quando sarebbero stati aggiunti i merli ghibellini), e nel primo Ottocento.
Il piano terra ed il seminterrato dell'edificio erano adibiti a carcere, del quale restano le porte, ora esposte nella Pinacoteca civica , e il disegno della pianta, risalente alla prima metà del sec. XIX.
Indirizzo Piazza Giacomo Matteotti, 28
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Data costruzione: 1199 - 1200
-Piazza Matteotti
La piazza centrale di Potenza Picena, oggi piazza Matteotti, ha più volte mutato la sua intitolazione. Nel medioevo, prima del sec. XIII, viene denominata Piazza di S. Stefano, per la presenza dell'antica pieve dedicata al Protomartire, la quale, secondo alcuni, risalirebbe al VI sec. d.C. In antico regime è generalmente denominata "platea communis" (o "platea magna") e, dopo l'Unità d'Italia, piazza Principe di Napoli. Vi si affacciano i palazzi di alcune tra le famiglie un tempo più in vista: Mazzagalli (ora palazzo Pierandrei), Carradori, Buonaccorsi, Marefoschi (nell'angolo della via omonima, oggi sede di un istituto di credito). Tra gli edifici pubblici che la circondano si segnalano: il palazzo del Podestà (o "pretorile"), la torre civica, il palazzo del Comune e il teatro Mugellini.
Non ci sono più invece gli edifici di culto già presenti nella piazza: anzitutto la pieve di S. Stefano, elevata nel 1754 a Collegiata insigne, ma demolita nel 1796, e la chiesetta di S. Giovanni "de platea", oggi sede di un ufficio del Comune. Tra gli edifici pubblici che la circondano si segnalano: il palazzo del Podestà (o "pretorile"), la torre civica, il palazzo del Comune e il teatro Mugellini. Il primo, di origine trecentesca, è stato in gran parte ristrutturato nel sec. XVIII (quando sarebbero stati aggiunti i merli ghibellini), e nel primo Ottocento. Ai piani superiori ha ospitato gli uffici del Podestà, eletto dal Comune almeno fin dal 1252, in seguito a privilegio pontificio. Incerte appaiono le origini del palazzo comunale. Secondo Galiè, sembra che in origine il palazzo fosse del vescovo di Fermo e che risalisse agli anni 1199-1200. Con la progressiva conquista dell'autonomia comunale, in particolare dalla metà del sec XIII, l'edificio diventa sede dei Consigli Generale e di Credenza, del Magistrato e di uffici del Comune. Il palazzo viene praticamente ricostruito negli anni 1745-50 per mano del ticinese Pietro Bernasconi, principale collaboratore di Luigi Vanvitelli. Bernasconi aveva già lavorato alla villa Bonaccorsi ed al Palazzo Apostolico di Loreto. L’edificio di Monte Santo era dotato di una loggia anche al piano superiore, come dimostrano le sue raffigurazioni nei dipinti di Benedetto Biancolini. Al di sopra della loggia era una "torretta". Attorno alla metà del sec. XIX la loggia superiore viene chiusa per far posto agli uffici comunali, mentre la "torretta" viene abbattuta per dar luogo ad una soffitta con finestre ad occhio di bue. Dalle piante del 1816-18, risulta che il piano terra era diviso in 13 stanze; ospitavano il forno e lo spaccio del pane venale, la pòsta, il Monte di Pietà e l'Archivio pubblico. Nel 1856 a Monte Santo sorge un comitato per la costruzione di un teatro stabile. Tra i promotori dell'iniziativa troviamo il conte Osvaldo Carradori, Achille Gasparrini, il dr. Silvestro Bravi ed il conte Filippo Bonaccorsi, che ottengono le necessarie autorizzazioni governative e comunali. Per la costruzione non vengono impegnate nuove aree, ma si decide di utilizzare un'ala del palazzo comunale. Ne risultano sacrificate, al piano terra, le stanze una volta adibite a deposito dei pegni del Monte di Pietà e ad Archivio pubblico. La progettazione dell'opera è affidata al recanatese Giuseppe Brandoni, che già si era cimentato nel parziale rifacimento della villa di campagna dei Compagnoni Marefoschi. Brandoni ha utilizzato al massimo l'angusto spazio disponibile, creando, oltre la platea, due ordini di palchetti ed il loggione, per complessivi 152 posti. Gli stucchi e le decorazioni pittoriche sono dovute ad un altro recanatese, Filippo Persiani, che terminò l'opera poco dopo l'Unità d'Italia; forse per celebrare tale evento, sulla parte centrale del soffitto è stata dipinta l'incoronazione di una giovane donna (l'Italia). Adibito a sala cinematografica in questo dopoguerra, il teatrino è stato restaurato negli ultimi anni Ottanta.
Indirizzo Piazza Matteotti
-Piramide de Mayo
Il monumento, copia di dimensioni ridotte dell'originale sito in Buenos Aires, rappresenta nel modo più evidente e suggestivo, quali rapporti legano Potenza Picena alla terra argentina. Donata alla città dalla Sociedad Potentina de Mutuo Socorro, importante organizzazione di potentini emigrati, fu posizionata a ridosso del Pincio nel contesto di grandiose manifestazioni celebrative, il 16 luglio 1967. Interamente realizzata in marmo, è abbellita da pannelli bronzei opera dell'artista Giuseppe Asciutti. La piramide è sormontata da una statua, anch'essa in bronzo, raffigurante la Libertà argentina realizzata da Mario Percossi, allora segretario della Sociedad (presidente Faustino Fontinovo). L' emblema della Libertà argentina diventa così, a Potenza Picena, simbolo di un passato che ha visto numerosissimi potentini emigrare oltre oceano. Il monumento è la testimonianza di immensa riconoscenza nei riguardi del paese ospitante e di un amore verso la propria terra natia che il tempo non potrà mai scalfire. Oggi la Piramide de Mayo di Potenza Picena è meta di numerose visite di turisti e soprattutto di quanti, orgogliosi delle proprie radici, tornano a visitare la loro terra ed a riabbracciare i propri affetti.
Interamente realizzata in marmo, è abbellita da pannelli bronzei opera dell'artista Giuseppe Asciutti. La piramide è sormontata da una statua, anch'essa in bronzo, raffigurante la Libertà argentina realizzata da Mario Percossi, allora segretario della Sociedad (presidente Faustino Fontinovo). L' emblema della Libertà argentina diventa così, a Potenza Picena, simbolo di un passato che ha visto numerosissimi potentini emigrare oltre oceano. Il monumento è la testimonianza di immensa riconoscenza nei riguardi del paese ospitante e di un amore verso la propria terra natia che il tempo non potrà mai scalfire. Oggi la Piramide de Mayo di Potenza Picena è meta di numerose visite di turisti e soprattutto di quanti, orgogliosi delle proprie radici, tornano a visitare la loro terra ed a riabbracciare i propri affetti.
Indirizzo Largo Giacomo Leopardi
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Data costruzione: 16/07/67
-Porta Galiziano
Il 13 agosto 1365, il Consiglio Comunale discute intorno ad una casa privata sita fuori di "Porta Galazzano", che - come noto - si trova nella parte sud-ovest della "Terra". Quella menzionata nel documento non doveva essere però nel luogo dove si trova l'attuale, costruita invece più tardi, tra la fine del Trecento e gli inizi del secolo seguente, quando viene allargata la cinta muraria cittadina, includendovi un consistente gruppo di case denominato borgo del quartiere di S. Pietro (a sud-ovest della "Terra"), più tardi di "Galazzano" e, in tempi più recenti, di "Galiziano". Il nome della porta sembra derivi da un rivo o fosso così denominato, sul cui corso è stata costruita l'omonima fonte, utilizzata nel secoli passati come lavatoio e per abbeverarvi uomini e bestiame. La porta, in realtà una costruzione che ospitava il corpo di guardia, si apriva tanto verso l'interno della "Terra" quanto verso la campagna. Essa ha subìto varie ristrutturazioni; documentate sono quelle del 1566-72 nonché del 1775, è rifatta la facciata esterna secondo il gusto neoclassico, e si sono aggiunti, alla sommità, dei pinnacoli come mostrano le prime raffigurazione del manufatto risalenti agli anni 1816-18. Nel 1894 si è intervenuti sulla porta per un restauro.
Il 13 agosto 1365, il Consiglio Comunale discute intorno ad una casa privata sita fuori di "Porta Galazzano", che - come noto - si trova nella parte sud-ovest della "Terra". Quella menzionata nel documento non doveva essere però nel luogo dove si trova l'attuale, costruita invece più tardi, tra la fine del Trecento e gli inizi del secolo seguente, quando viene allargata la cinta muraria cittadina, includendovi un consistente gruppo di case denominato borgo del quartiere di S. Pietro (a sud-ovest della "Terra"), più tardi di "Galazzano" e, in tempi più recenti, di "Galiziano". La porta, in realtà una costruzione che ospitava il corpo di guardia, si apriva tanto verso l'interno della "Terra" quanto verso la campagna. Essa ha subìto varie ristrutturazioni; documentate sono quelle del 1566-72 nonché del 1775, è rifatta la facciata esterna secondo il gusto neoclassico, e si sono aggiunti, alla sommità, dei pinnacoli come mostrano le prime raffigurazione del manufatto risalenti agli anni 1816-18. Nel 1894 si è intervenuti sulla porta per un restauro.
Indirizzo Porta Galiziano, Circonvallazione Le Grazie
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Data costruzione: 1775
-Santuario di San Girio
Il Santuario di S. Girio, posto sulla provinciale omonima che unisce Potenza Picena alla S.S. 'Regina', è uno dei luoghi di culto più cari ai potentini.


Dal parroco D.E. Acciarri, nel 1936, fu trasformata in tre navate ed arricchita di nuova facciata e nuovo campanile. Nel 1951, il parroco D. Elia Malintoppi costruì l'abside e scavò la cripta, ove sono stati rinvenuti elementi appartenenti ad antichi edifici, certamente importanti ma tuttora incerti. Nello stesso periodo l'intera chiesa fu fatta decorare perché cantasse meglio la gloria del Santo. Gli affreschi che dominano l'interno sono stati eseguiti da Ciro Pavisa - che ha utilizzato come modelli, tra gli altri, anche alcuni abitanti del luogo - e rappresentano i momenti salienti della vita del Santo. All'interno del santuario vi è anche un dipinto, raffigurante S. Girio, opera di Benedetto Biancolini, in cui è possibile osservare una antica veduta d'insieme del paese di Monte Santo. Secondo la tradizione, il Santo, nato a Lunello, in Francia, nel 1274, giovanissimo decise di abbandonare ogni ricchezza per recarsi in viaggio con il fratello in Palestina. Dopo essere stato a Roma, volle unirsi al vescovo di Ancona, ma durante il viaggio, in territorio di Monte Santo, colto da grandi ed improvvisi dolori, morì, nonostante le amorevoli cure del fratello. Allora le campane della Pieve di Santo Stefano cominciarono miracolosamente a suonare. Quando gli abitanti di Recanati e Monte Santo si contesero le spoglie del Santo, un bimbo in fasce parlò e disse di lasciare che fossero due buoi senza guida a stabilire dove dare sepoltura al corpo: i buoi si fermarono nel luogo dove oggi sorge il Santuario.

-Torre civica
Della medievale torre civica ben poco si conosce; si ipotizza sia quella raffigurata nel quadro di S. Sisto nell'omonima chiesa.
Indirizzo Piazza Giacomo Matteotti
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-Torre di Sant’Anna
La cosiddetta "Torre di S. Anna" è ciò che resta di un edificio fortificato di origine medievale, che ha subìto vari rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Nei documenti il manufatto viene in genere definito "edificio del Porto", o più semplicemente, "Porto" di Monte Santo.
Le sue origini appaiono incerte. Il primo documento che ne attesta l'esistenza è un foglio membranaceo, forse facente parte di un registro, nel quale sono annotate le spese del Comune; vi compaiono, in particolare, acquisti di utensili per il "Porto communis", pagamenti per il trasporto di materiale dal capoluogo al Porto, nonché per il salario di certo Alessandro di Domenico, "capitano dei Porto". Tale pergamena risale alla prima metà del secolo XV. Nell'archivio storico comunale si conserva pure un altro foglio membranaceo, sul quale, nel febbraio del 1426, si annota la nomina di un capitano del Porto, seguita dall'inventario, forse parziale, di beni mobili conservati nell'edificio, che doveva essere, già all'epoca, fortificato. Per il secolo XVI si dispone di maggiori informazioni. Nella prima metà del Cinquecento sono documentate presenze "barbaresche" al largo del nostro mare, pertanto si sente la necessità di rafforzare i1 Porto. Nel 1564 il pontefice Pio IV concede al Comune il privilegio di trattenere il denaro "delle pene dei malefitii" ed i beni confiscati ai rei per riparare le mura castellane nel centro abitato e la rocca del "Porto". E' possibile che questa venga quasi ricostruita integralmente alla fine del secolo, come ricorda una piccola lapide ancora presente sul manufatto. Si ritiene che la Torre sia opera dell'architetto recanatese Verzelli, anche se l'attribuzione si basa su notizie generiche. Relativamente al XVII secolo non è stata rintracciata documentazione rilevante, ad eccezione del rinnovo dei "capitolati" per il Porto, che, però, non si riferiscono all'edificio o alla sua manutenzione, ma solo al capitano. E' quasi certo che l'area portuale registri in questo periodo una progressiva decadenza. La contrazione dei traffici commerciali, in particolare nell'Adriatico, determina, forse, un diminuito interesse del Comune per il Porto, ormai utilizzato quasi solo a scopo di difesa militare e sanitaria. Se ne ha conferma nella prima chiara "descrizione" dell'edificio, forse risalente al primo Settecento, nella quale è ben messa in rilievo la "Torre quadra", il cui "maschio" appare ancora "ben alto e forte, coperto di tegole, commodo da far sentinella". Nonostante l'edificio sia ampio, dotato di un pozzo "d'acqua buona" entro le sue mura ed anche di una cappella "di dir messa", esso è abitato da un solo oste con la sua famiglia; lamentando la quasi completa mancanza di valide armi da difesa, l'anonimo estensore della relazione ricorda i lavori di restauro che sarebbe necessario effettuare. Dopo la metà del secolo XVIII, a favore del Porto si registrano tangibili segni di interesse, sollecitati dalla crescita economica (questa volta limitata al mero settore agricolo) e demografica. Nel 1766 il Comune interviene in modo consistente sull'intero edificio, e, dunque, sulla Torre che sarà "coronata", anche da merli "ghibellini", al pari dei muraglioni perimetrali. I lavori sono documentati dagli atti consiliari nonché dalla data incisa su un mattone presente nel manufatto. A quest'epoca risale anche la prima raffigurazione, che offre la prima immagine in prospetto dell'edificio. La pianta in scala sarà disegnata invece in occasione del primo catasto geometrico - particellare, generalmente detto "gregoriano", che risale al primo Ottocento. Dopo la fine delle guerre napoleoniche, esauritosi il fenomeno delle incursioni "barbaresche" sull'Adriatico, viene meno anche la sua funzione di difesa; l'edificio, che in età napoleonica era stato demanializzato, viene poi lasciato in stato di semi abbandono. Dopo l'Unità d'Italia il Comune ne riacquista la proprietà e qualche anno dopo decide di demolire il manufatto conservando solo la torre vera e propria. Questa subirà un nuovo intervento nel 1884.
-Villa Buonaccorsi
Villa Giardino Buonaccorsi. Una gemma preziosa incastonata fra le colline rigogliose di una delle zone più belle d'Italia.
Purtroppo si conosce ben poco della storia di questo magico luogo, ma l'intero giardino costituisce un miracolo quasi incredibile di sopravvivenza da un'altra epoca. Sembra probabile che il Giardino fosse disegnato da Andrea Vici (assai attivo nelle Marche) o dai suoi aiuti, sulla traccia di un giardino addirittura preesistente, giacchè parte della casa risale al XVII secolo. Il Giardino Buonaccorsi è un esempio classico di giardino delle Marche, e grazie alle amorose cure dei suoi proprietari (i soci dell'Agripicena srl, proprietaria dell'interno complesso) si è conservato in ottime condizioni. E' questo il motivo per cui l'arte dei giardini in genere e la conservazione di complessi come il giardino Buonaccorsi in particolare, sono realtà così rare e preziose, posto che la loro bellezza è di gran lunga più effimera di qualsiasi altra e la trascuratezza di una generazione può bastare a distruggere tutto ciò che fu fatto in precedenza. Il Giardino Buonaccorsi possiede anche un vasto bosco che cresce distante dalla casa, ed è separato dal giardino mediante un'altra muraglia. Attualmente il bosco si presenta come un giardino all'inglese con molti alberi, un lago artificiale ed un monticello, dalla cui cima si gode una vista splendida sulla vallata fino al mare. Villa Buonaccorsi sorge in questa magnifica cornice. Residenza di campagna della famiglia nobile che aveva dimora nell'omonimo Palazzo del centro storico di Macerata, la Villa rispondeva alle esigenze di una vita comoda e confortevole, con le ampie sale ed il cortile interno. La tenuta di campagna è completata da altri edifici: i granai (una superficie di oltre 5.000 mq), una serie di case a schiera, le scuderie, una piccola Chiesa dove tutt'oggi ogni Domenica mattina si celebra la Messa. La villa si erge sui resti di un luogo fortificato, noto già nel XII secolo e divenuto poi, nel XVI, un palazzo fortificato per il controllo della tenuta agricola della famiglia Buonaccorsi di Macerata. Sull'antico nucleo edilizio cinquecentesco si progettò, dopo il 1665, il cosiddetto "giardino segreto", attualmente occupante l'area tra la villa fortificata e la chiesetta barocca intitolata a S. Filippo. A tale periodo risale anche la ristrutturazione della palazzina originaria, con la loggia rivolta al cortile interno, attribuita a Mattia de' Rossi. Agli inizi del XVIII secolo, al complesso vennero aggiunti edifici (magazzini, mulino ad olio, ecc.) e venne creato il cortile interno con ampie loggie vetrate che si ricollegano a quelle del palazzo posseduto dai Buonaccorsi a Macerata. Prima del 1720 venne realizzato il giardino vero e proprio capolavoro. Nel colle dietro la costruzione e nel versante a Sud furono ricavate una serie di terrazze chiuse e riparate, e pur esposte al sole e dotate di una vista splendida. Tali terrazze offrono un ambiente propizio alla fioritura degli agrumi, coltivati a centinaia a spalliera, ad alberelle, in grandi vasi di terracotta dell'ultimo Ottocento. Complessivamente le terrazze sono cinque: la prima terrazza, che si estende all'altezza del "piano mobile" della villa comprende anche un "giardino segreto" contornato da ciottoli da cui un tempo fuoriscivano simmetrici zampilli d'acqua, che formavano di fatto una galleria in cui un poter passare senza bagnarsi. Sempre sullo stesso piano possiamo ammirare la grotta detta "dei frati". La seconda è caratterizzata dalla razionalità dell'intero impianto di aiuole e rallegrata da due statue raffiguranti Arlecchino e Pulcinella. Nel terzo gradone, denominato "viale degli Imperatori", possiamo ammirare, posta in una nicchia, la meravigliosa statua della dea Flora. Nella quarta terrazza ci si compiace della sobrietà e della linearità delle aiuole e, nella ultime due terrazze sono di epoca più recente rispetto al resto del giardino. Nel giardino vi sono anche un teatrino degli automi ed una chiesetta, oltre numero di meccanismi, non tutti funzionanti, di giochi d'acqua. La casa sorge in cima a un piccolo colle con un panorama incantevole di verdi colline e vallate che si snodano tra esso e il mare. L'esposizione non è casuale: ben orientata al sole e protetta dai venti dominanti in modo da consentire la crescita di piante ornamentali e soprattutto di agrumi, in piena terra e vaso. L'edificio, a pianta irregolare, è composto da diversi corpi di fabbrica che racchiudono un cortile con un portico ingentilito da quattro eleganti Bonazza (primi decenni XVIII). Accanto alla casa c'è anche qui lo spirito malizioso del tempo è testimoniato da un diavolo che spunta inatteso da una nicchia maestosa. Villa Giardino Buonaccorsi riserva al visitatore una serie di sorprese indimenticabili: i giochi d'acqua nei giardini, le serre dove si perpetua la vita di piante secolari, sopravvissute dalla lontana epoca della costruzione del complesso, le statue dei musici che si muovono ritmicamente con i loro strumenti al passaggio dell'acqua, i sotterranei, dove erano conservate le grandi botti de buon vino prodotto dai vigneti della collina e dove son ancora intatte le vasche di pietra per la decantazione dell'olio.
Indirizzo Via Giardino
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Data costruzione: 1585